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Un Bildungsroman stratificato e sentito.

Sorrentino non ha mai amato descrivere la contemporaneità, sforzandosi di trovare in essa della poesia e finendo poi per piangere una verginità di sentimenti ormai perduta: rifugiandosi nell’ostentazione del cafonal (La grande bellezza), nell’aforisma da quarta di copertina fine a sé stesso (Youth) o confrontandosi con figure in vario modo emblematiche (The Young e The New Pope, il dittico Loro) facendo un passo indietro nell’esprimere un giudizio etico o morale su di queste, nella “facile” conclusione che tossico è il contesto e non chi cerca di manovrarlo. A differenza invece del suo maestro Antonio Capuano che, comparendo in questo autobiografico E’ stata la mano di Dio e creando una dialettica tra due modi di intendere il cinema e la vita, ha sempre messo in scena le realtà rimosse popolate dagli esclusi con una sintonia verso i piani bassi della società (Vito e gli altri o l’ottimo Il buco in testa, uscito quest’anno e visto da nessuno) o prendendo di petto anche altri contesti sociali, dagli ecclesiastici (Pianese Nunzio) alla difficoltà della routine anche nella media borghesia (La guerra di Mario). Evitando la retorica del Sorrentino alle prese col suo film più personale o più riuscito (anche se il ragionamento è condivisibile), ciò che colpisce in E’ stata la mano di Dio è la ritrovata vitalità di un regista che sembra alle prese con un’opera prima, per la densità di riferimenti e la moltitudine di storie che si intrecciano poco alla volta, come un flusso che sembra non voler morire alla fine del film. Un flusso del quale una visione non basta a cogliere la ricchezza.

La prima scelta indovinata dal punto di vista della sceneggiatura è l’assenza della voce over: (ab)usata dagli sceneggiatori italiani per sottolineare la distanza tra le immagini e il presente, mentre Sorrentino riesce ad evitare uno sproloquio al passato remoto, eliminando l’effetto assolutorio e la facile nostalgia. La messa in scena basta a proiettarci in pochi decenni fa, per poi mettere in scena contesti familiari e sentimenti coi quali ci si può relazionare tutt’oggi. In questa moltitudine di aneddoti, il filo conduttore sembra, come suggerisce il titolo, la forte presenza (metaforica e non) della spiritualità: il protagonista sopravvive alla morte dei genitori, perde la verginità con una Maddalena tutt’altro che attraente (non so se Sorrentino ha letto Norwegian Wood di Haruki Murakami, ma il parallelismo stranamente funziona). Ed è il cinema stesso a presentarsi come una nuova religione da abbracciare. Il poster di Maradona e i suoi miracoli sul campo vengono inquadrati più volte, ma Sorrentino limita al fuori campo per pudore reverenziale il Dio di questa religione (Fellini), laddove il legame col cinema diventa qualcosa di spirituale, tanto che la VHS di C’era una volta in America, che lo spinge a prendere questa strada, è l’unico modo con cui Fabio può riabbracciare suo padre. In maniera non metaforica, infine, la visione della figura del monaciello sigilla il racconto in una struttura ad anello. Avendo Sorrentino tra i propri numi tutelari Troisi, non è un caso che la figura di San Gennaro sia interpretata da Enzo Decaro, celebre per lo sketch dell’Annunciazione di pochi anni precedente i fatti del film.

Il fellinismo per cui il regista è noto qui è tenuto largamente a bada. Negli anni 80 le facce non sono più grottesche perché arcaiche e sopravvissute a una storia secolare, come era anche negli ultimi film del genio riminese, e creano invece un effetto straniante nel calarsi in un’epoca di cambiamento che ha sorpassato la Storia a favore dell’effimero e della moda. La strana coincidenza è che l’immaginario di segni e figure presenti in E’ stata la mano di Dio, sembra più imparentato con un certo cinema italiano medio degli anni 70 che con quello dell’autore di Amarcord. Luisa Ranieri, nell’interpretare l’attraente zia svezzatrice, sembra discendere più dalla tradizione delle Gastoni (Grazie Zia, La seduzione, L’immoralità) e delle Antonelli (Malizia), con la già cult scena sulla barca che sembra funzionare come una doppia (involontaria?) citazione da Lucio Fulci: i contrabbandieri dell’omonimo film con Fabio Testi e il corteggiamento impossibile e frustrato come quello tra la Bouchet e il bambino di Non si sevizia un paperino. Lo sguardo su Napoli (nella quale Sorrentino aveva girato solo il suo film d’esordio L’uomo in più) riesce a dar voce a una moltitudine di personaggi, dal contrabbandiere all’attrice d’avanguardia, leggendo gli anni 80 come il decennio in cui si è sognato di più, fallendo poi nelle proprie ambizioni. E anche le speranze in una sfera mondiale, non vengono esaudite, se si pensa ai discorsi dello zio (Renato Carpentieri).

Nonostante ci siano fantasmi del cinema passato di Sorrentino che lasciano un po’ basiti (ad esempio, pur volendo essere post-eduardiano, non mi sembra molto riuscito il personaggio della nonna burbera), sono postille a un film molto stratificato e sentito: e questo grazie anche a qualche elemento abborracciato e scivolata che testimoniano una sincerità non omologata da parte di un autore che rischiava di rinchiudersi dentro un brand collaudato. Un simile Bildungsroman in Italia non si vedeva da anni.

voto_4

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.