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L’importanza del contesto per il nuovo prodotto Marvel.

Il mondo del cinema è strano dalle origini; quello del cinema moderno ancora di più.

Perché quando un film è atteso, quando fa parte di una campagna pubblicitaria massiva, quando la comunicazione copre un pubblico globale, l’uscita in sala rappresenta solo una piccolissima porzione del risultato, che invece dipende in larghissima parte da altri fattori. Non ultimi, nei nostri anni Venti, le risultanze social e quindi hater e follower di un argomento, un trend, una produzione: quasi inutile sottolineare quindi quanto i Marvel Studios e i prodotti a loro collegati siano il franchise per eccellenza per studiare teorie e tecniche (e comunicazione) della produzione cinematografica nell’epoca moderna.

Per parlare con cognizione di causa di The Marvels, allora, e per capirne meglio le dinamiche, bisogna quindi girarci un po’ intorno osservando l’humus dal quale è nato: che è prima di tutto quello di un 2023 che ha visto uno dei più accaniti scioperi hollywoodiani degli ultimi anni. Sceneggiatori e attori hanno incrociato le braccia per più di 100 giorni, un lasso di tempo relativamente abnorme per i ritmi di produzione di una macchina così complessa e stratificata, che hanno intaccato una delle fasce professionali più importanti ovvero quella di chi scrive e crea materialmente il materiale da cui parte tutto.

Questo ha innescato un procedimento a cascata, scoperchiando il celebre vaso di Pandora e riversando sull’opinione pubblica una marea di informazioni fino ad allora sconosciute (leggi, secretate) sui processi creativi degli effetti speciali: che sono alla base di ogni show seriale targato Disney Plus/Marvel Studios, e che fino all’uscita di She-Hulk erano additati come una delle cause della flessione nel gradimento dei prodotti della Marvel.

La shit-storm con la casa editrice più famosa al mondo è oggi una delle attività preferite dei frequentatori dei social: che non aspettavano altro che conoscere le condizioni di lavoro disumane degli effettisti per spingere di più il piede sull’acceleratore.

Variety ci ha poi messo di suo, pubblicando un articolo nel quale la verità era abilmente aumentata da una marea di fake news su inesistenti problemi economici Marvel: il risultato è stato una fanghiglia indistinta che sommergeva i prodotti Marvel di una Fase Cinque che non ha incontrato i favori di un pubblico sempre più nostalgico di Avengers: Endgame e fratelli, probabilmente impreparato ad accettare una marea di eroi sconosciuti e dinamiche narrative per alcuni versi coraggiose e innovative ma anche pericolose (come una continuità particolarmente ferrea tra un prodotto e un altro).

In tutto questo maelstrom malmostoso, esce allora The Marvels, preceduto dagli aggregatori di Rotten Tomatoes – una delle cose peggiori della pseudo-critica di oggi – e da una campagna pubblicitaria deboluccia: ma va detto subito che il film della DaCosta non è né meglio né peggio di tantissimi altri prodotti (Doctor Strange del 2016, Ant-Man & The Wasp e Shang-Chi del 2018) usciti in periodi più favorevoli.

The Marvels ha gli ingredienti giusti: attori di altissima professionalità (Larson e Jackson) che anche quando vanno sopra le righe rimangono credibili ed efficaci, un buon ritmo e dialoghi brillanti, una storia interessante ma non troppo, e soprattutto una messa in scena al di sopra di ogni sospetto.

Certo, non tutto fila liscio, a partire prima di tutto dall’eccesso di rimandi agli avvenimenti di altri lavori (in primis, la serie Ms. Marvel, ma anche il primo film stand-alone di Captain Marvel) che non tanto rallentano la narrazione quanto la appesantiscono e la rendono emotivamente più fragile. C’è infine un intermezzo così cringe da fare il giro e diventare divertente, e c’è una scena post-credit probabilmente tra le più attese delle ultime quattro fasi.

È ovvio che non basta, perché DaCosta non ha neanche avuto tempo e forse voglia di restituire ritratti più delicati dei suoi protagonisti; ma di certo The Marvels in altri tempi sarebbe stato acclamato dal pubblico (se solo fosse stato digiuno del contesto di sopra) e accarezzato bonariamente dalla critica come commedia con super poteri gradevole e garbata, senza pretese.

Certo, alla fine fa tutto parte del gioco: ma allora, andrebbe suggerito alla critica di fare più attenzione al fenomeno MCU, per delineare caratteristiche e fattori che a quanto pare inglobano e metabolizzano non solo la parte artistica di un film ma anche tanto altro, presentandosi dunque agli spettatori, anzi all’utenza mondiale, come fenomeni di costume, e non più (solo?) film.

voto_3

Gianlorenzo Franzì
Figlio della Calabria e di Lamezia Terme, è critico onnivoro e militante, preferisce il rumore del mare e il triangolo Allen-Argento-Verdone. Vive e si nutre di cinema che infiamma: si commuove con Lynch e Polanski, Nolan e Cronenberg, pugni in tasca e palombelle rosse, cari diari e viali del tramonto, ma è stato uno dei primi critici ad accorgersi (e a scrivere) in maniera teorica delle serie tv e della loro inesorabile conquista del grande schermo. Incredibile trovi il tempo di fare anche l’avvocato: perché dal 2007 è direttore artistico della Mostra del Cinema di Lamezia Terme - LFF da lui creata, dal 2004 ha un magazine tv (BUIOINSALA, ora in onda dalle sale del circuito THESPACE) e uno in radio (IL GUSTO DEL CINEMA), scrive o ha scritto su Nocturno Cinema, Rivista Del Cinematografo, Teatro Contemporaneo e Cinema, Weird Movies, ha pubblicato due saggi (uno su VOCI NOTTURNE, uno su Carlo Verdone). Ha una good wife ma si è perso nei labirinti di LOST: ancora non si è (ri)trovato.